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(il postino delle sei) - il mondo scosso dalle affermazioni di Bush sulla guerra in Iraq


George Bush ha dichiarato di essersi sacrificato per l’Iraq: non gioca a golf da cinque anni in segno di rispetto verso i caduti. In effetti, caro George, come puoi vedere dalla foto, molti hanno dovuto sacrificare qualcosa per l’Iraq…

una speciale menzione anche per il giornalista che sul Corriere ha definito questa uscita presidenziale: “un’intervista dal sapore di una confessione, che ha sorpreso l’America e Israele “.

dato che si firma E.C., sospetto sia l’acronimo di: Esempio di …

della nemesi storica…




il dipartimento della Difesa statunitense, in seguito ad un’inchiesta del Washington Post, ha dovuto ammettere che le salme di circa duecento militari caduti in Iraq e Afghanistan sono stati cremati in un impianto normalmente destinato a smaltire resti animali. Ha tenuto però a far sapere di aver interrotto la procedura a seguito di un leggerissimo disappunto manifestato dai alcuni parenti dei caduti.

Voi ritenete che le motivazioni dell’episodio vadano ricercate in uno scarso rispetto per la vita umana o in un’altissima considerazione per quella animale?

Naturalmente non vorrei che il vecchio filmato, che tutti ben conosciamo, possa in qualche modo condizionare la vostra risposta…

(il postino delle sei) - come possiamo rendere la guerra in Iraq maggiormente eco-compatibile?



apprendo dall'ottimo blog di un amica irlandese, che vi consiglio di visitare, che gli americani amano scherzare sulla guerra in Iraq e s’interrogano su come renderla più eco-compatibile.
Sicuramente l’argomento è complesso, e, se arrivare ai tank biodegradabili può richiedere il suo tempo, suggerirei di iniziare con la raccolta differenziata dei cadaveri: vanno divisi per religione e etnia, sunniti, sciti e curdi ben separati, i bambini nel “fresco”, e agnostici o atei nell’indifferenziata. Quanto alla tortura è da preferire il “waterboarding” a quella tramite elettricità.

Ovviamente questa è una provocazione e nasce dal fatto che ormai la guerra in Iraq è completamente sparita dai nostri telegiornali. Volevo capire se davvero non interessa più a nessuno, se è già tempo di riderci su come nei programmi anglosassoni, o d’ignorarla come nei nostri.

Avviso che l’assenza di commenti sarà interpretata come tacito assenso al comportamento dei nostri giornalisti

(il postino delle sei ) - non volete mica rovinargli il divertimento…


oggi Ferrara andava in giro più tronfio del solito e fischiettando rimirava la copia del New York Times che lo definisce la personalità politica più avvincente della campagna elettorale in corso in Italia, l’unica in grado di evidenziare il vuoto di potere esistente in questo momento nel Paese. Un barometro culturale, altamente in sintonia con la disperazione in cui versa l’umore nazionale.

non stupitevi di queste sperticate lodi: è del tutto comprensibile che gli americani difendano con qualsiasi mezzo gli embrioni… non volete mica rovinargli il divertimento…

guerra Corea: morti americani 54.000, morti coreani (militari e civili) circa 1.500.000
guerra Vietnam: morti americani 58.000, morti vietnamiti (militari e civili) circa 1.500.000
guerra Iraq: morti americani 4.000 morti iracheni (militari e civili) circa 100.000

falegname col martello perchè fai den den? con la pialla su quel legno perchè fai fren fren?


quattromila morti americani dall’inizio della guerra in Iraq… diffidate sempre di chi indossa scarpe troppo lucide!

Certe volte le parole che avresti voluto usare se l’è prese un poeta, e a te non resta che riportarle:

"Falegname col martello perché fai den den?
Con la pialla su quel legno perché fai fren fren?
Costruisci le stampelle per chi in guerra andò?
Dalla Nubia sulle mani a casa ritornò?"

"Mio martello non colpisce, pialla mia non taglia
per foggiare gambe nuove a chi le offrì in battaglia,
ma tre croci, due per chi disertò per rubare,
la più grande per chi guerra insegnò a disertare".

spirito olimpico

comprensibile la scelta degli U.S.A. di non boiccottare Pechino 2008. Sono anni che si allenano...

" L'ultimo saluto "

Il Maggiore dei Marines Steve Beck si prepara all'ispezione finale sul corpo del Tenente J. Cathey, solo pochi giorni dopo aver comunicato alla moglie di Cathey della morte del Marine in Iraq. Bussando alla porta egli perpetua una tradizione vecchia di due secoli; una tradizione basata sul motto: “Mai abbandonare un Marine”.

Alla vista della bara di suo marito avvolta dalla bandiera, Katherine Cathey scoppia in un pianto incontrollabile, trovando conforto fra le braccia del Maggiore Steve Beck. Quando Beck aveva bussato alla sua porta per comunicargli la morte del marito, la donna lo aveva aggredito verbalmente e aveva rifiutato di parlargli per più di un ora. Nei giorni successivi, egli l'aveva aiutata ad affrontare il suo dolore e la sua opinione nei confronti del Maggiore era cambiata a tal punto che, sul piazzale dell'aeroporto, di fronte alla bara del marito, non avrebbe voluto altri al suo fianco.

Dopo l'arrivo del corpo del Tenente James Cathey all'aeroporto di Reno, i marines salgono nella stiva dell'aeroplano e avvolgono la bandiera sulla sua bara mentre i passeggeri osservano la famiglia riunirsi sul piazzale. L'anno precedente, all'arrivo della bara di un altro marine al Denver International Airport, il maggiore Steve Beck descrisse la scena come una delle più intense dell'intera procedura: “ Vede le persone ai finestrini? Se ne stanno lì seduti nell'aeroplano, guardando quei Marines. Ti chiederai cosa passi nelle loro menti, sapendo di essere stati nell'aereo che lo ha portato a casa,” disse. “ Ricorderanno di essere stati su quell'aereo per il resto delle loro vite. Ricorderanno di avere portato quel Marine a casa. Ed è giusto che sia così.”

Poco dopo l'arrivo della bara del marito all'aeroporto Reno, Katherine Cathey si lascia cadere, affranta, sulla bandiera. Quando il Tenente James Cathey era partito per l'Iraq, le aveva scritto una lettera che diceva, fra l'altro: “Non ci sono parole per descrivere quanto ti amo e quanto mi mancherai. Ti prometto una cosa: tornerò a casa. Ho una moglie e un bambino di cui prendermi cura, e voi due siete la mia vita.”

Il Maggiore Steve Beck e un altro Marine si avvicinano alla casa dei genitori del Tenente James Cathey, preparandosi ad accompagnarli all'aeroporto per ricevere il corpo del figlio. Cinque giorni prima gli ufficiali preposti a questo compito avevano fatto lo stesso percorso per portare la notizia che nessuna famiglia di militare vorrebbe mai sentire. La bandiera con la stella dorata alla finesta sta ad indicare la morte di un proprio caro oltreoceano.


Jo Burns piange, aprendo, insieme al marito, i pacchi contenenti le uniformi del figlio, provenienti dal'Iraq che il Maggiore Steve Beck ha appena consegnato loro. “Per me, riavere tutta questa roba è una buona cosa,” ha commentato lei, qualche minuto più tardi. “Voglio ricordare. Non voglio smettere di ricordare, o di provare qualcosa.” Bob Burns ha stretto le mani della donna fra le sue. “Neanch'io voglio dimenticare,” ha commentato. “Solo, non voglio che questo peggiori le cose.”

Il sergente dei Marine Jeremy Kocher veglia il corpo del Caporale Evenor Herrera di Eagle, Colorado, mentre adulti e bambini porgono i loro omaggio alla salma. Come molti Marine di stanza nella base aerea di Bakley, Kocher sostiene che l'organizzazione del funerale è la più difficile missione a cui abbia partecipato. “Comincio a pensarci dal momento in cui mi sveglio. E' un compito molto importante. Non voglio assolulamente che qualcosa vada storto. Tutto deve essere perfetto.


Alcuni membri del 23°squadrone controllo aereo della Marina di stanza alla base aerea Bukley scortano la bara del Caporale Evenor Herrera al cimitero di Eagle Colorado. Fin dall'inizio della guerra, i Marines di Buckley hanno partecipato ai funerali di 16 Marines in servizio attivo; 12 morti in Iraq e quattro morti in incidenti stradali.

Blanca Stibbs, al centro, riposa poggiando la testa sulla spalla di suo marito, David Stibbs, mentre i Marines della Guardia D' Onore ripiegano la bandiera che ha avvolto la bara del figlio, il caporale Evenor Herrera, durante la funzione funebre al Cimitero Sunset View ad Eagle, Colorado. 19 agosto 2005.

Lori DeMille di Oceanside, California, carezza la lapide del Caporale dei Marines caduto Kyle Burns, al cimitero nazionale Fort Logan. Venerdi 29 aprile 2005. DeMille aveva assistito Burns (originario di Laramie, Colorado), mentre era di stanza a Camp Pendleton. Si trovava a Denver per partecipare alla cerimonia di sostegno ai Marine che operano in Iraq.

Durante la cerimonia solenne denominata “ Ricordando i coraggiosi”, vengono consegnate ai familiari dei Marines caduti le medaglie al valore. Il Maggiore Steve Beck si prepara a consegnare una medaglia.

Jo Burns di Laramie, Wyoming , al centro, conforta il caporale Dustin Barker, 22 anni, durante la Cerimonia in ricordo dei Marines caduti. Sabato 30 aprile 2005. Il figlio di Jo Burns, il caporale Kile Burns, è stato ucciso in Iraq durante un'azione di guerra, l'11 novembre 2004. Il caporale Barker era in servizio insieme al caporale Burns ed era con lui quando fu ucciso.

Il Capitano Chris Sutherland, a sinistra, il Sergente Maggiore Jeff Study, il Sergente Clifford Grimes e il Sergente di artiglieria Todd Martin si preparano a consegnare le medaglie al valore ai familiari dei Marines caduti. Durante la cerimonia solenne, denominata “Ricordando i coraggiosi,” hanno fatto anche dono alle famiglie di un vaso con delle rose gialle – una rosa per ogni anno di vita dei Marines caduti.

Katherine Cathey preme delicatamente il suo pancione sulla bara del marito, piangendo sommessamente. Al bambino, nato il 22 dicembre 2005, è stato dato il nome di James Jeffrey Cathey, Jr.

Il corpo di James Cathey è stato straziato dalla potente esplosione di cui è stato vittima, per cui, la sua salma è stata delicatamente ricomposta in un sudario dagli addetti funebri militari, e la sua uniforme è stata deposta sul suo corpo. Dato che Katherine Cathey aveva deciso di non vedere ciò che restava di lui, il Maggiore Steve Beck guida la sua mano, facendole esercitare una lieve pressione sull'uniforme. “Lui è qui” le dice con voce pacata. “Proprio qui...”

La notte precedente la sepoltura del marito, Katherine Cathey rifiuta di abbandonare la sua bara, chiedendo di poter dormire accanto al suo corpo per l'ultima volta. I Marines le preparano un letto proprio sotto la bandiera. Prima che si addormentasse, uno dei Marines le ha chiesto se avesse preferito che lui continuasse la veglia funebre. “Sarebbe meraviglioso se continuasse a farlo,” gli disse. “Credo proprio sia quello che lui avrebbe voluto.”

Per tre giorni di seguito, I Marines hanno vegliato il corpo del Tenente James Cathey, prendendosi solo brevi pause in una stanza vicina alla Camera Mortuaria, dove il Sergente Davis Rubio si sta stropicciando gli occhi dopo un breve riposo. Rubio era stato inviato a rappresentare i Marines alla Università del Colorado, dove aveva incontrato per la prima volta Cathey. “Non ho mai sopportato quel tipo di servizio,” aveva detto Rubio. “Quando stai in un college, sei completamente al di fuori da ciò che sta accadendo in Iraq... Più discutevamo dell'argomento, meno avevamo la sensazione che capissero.”

Il giorno prima del funerale del loro amico, il Tenente Jon Mueller, a sinistra, e il Tenente Matthew Baumann si esercitano per ore a ripiegare la bandiera, per essere certi di non compiere alcun errore il giorno successivo. “Sarà l'ultima volta che ripiegheremo questa bandiera,” gli aveva detto il Maggiore Steve Beck, mentre li istruiva. “Tutto deve essere perfetto!”

Il funerale del figlio si avvicina, e Jeff Cathey non riesce a smettere di piangere. Aveva spesso trovato conforto proprio negli uomini che vestivano la stessa uniforme del figlio. “Qualcuno mi ha domandato che cosa ho imparato da mio figlio,” racconta “Lui mi ha insegnato che nella vita si ha bisogno di più di un solo amico.”

Prima dell'inumazione del corpo di James Cathey, sopra la sua bara vengono posti i guanti bianchi dei Marines che lui aveva indossato, la sabbia che avevano portato dalle spiagge di Iwo Jima, e una rosa rossa.

il merito di quest'articolo che trova ospitalità sul mio blog, va integralmente attribuito all'amica Marilena (Macfeller) che si è dedicata con rara maestria al faticoso lavoro di traduzione. L'idea è nata dalla vergognosa constatazione che un articolo che aveva vinto due premi "Pulitzer", per il testo e la fotografia, e che è stato tradotto in quasi tutte le lingue del mondo, dalla stampa italiana non è stato ritenuto degno della stessa fatica.

aggiungo questa foto, inviatami dall'amico Alberto, che credo possa essere un'ottima chiusura per quest'articolo



di gran lunga, il ritratto pagato a più caro prezzo del mondo

Questo ritratto è molto conosciuto, ma non sarà mai troppo conosciuto. E' stato evidenziato dall'amico Macfeller in una galleria molto ampia di foto che mostrano le immagini che gli Stati Uniti non vogliono che vediamo (non posso lasciarvi il link, in quanto non più disponibile).

La risoluzione del ritratto dovrebbe essere di circa 4.000 pixel, ma la risoluzione aumenta di giorno in giorno. In ricordo di ognuno di questi "pixel", sarebbe utile un vostro breve commento sulla guerra in Iraq.

ditemi quante stecche di sigarette volete… e finiamola con sta storia



a distanza di oltre quarant’anni, della guerra del Vietnam ci rimangono solo alcuni ricordi, per lo più legati a film che hanno inciso profondamente nelle coscienze, e ad alcune immagini che sono diventate icone di quei giorni folli e tristi: la fascia rossa su cui Cristopher Walken appoggiava la canna della pistola nel “Cacciatore”, gli elicotteri lanciati in una folle “Cavalcata delle Valchirie” di “Apocalipse Now”, l’elmetto mimetico con la scritta “born to kill” di “Full Metal Jacket”.
In questi giorni una notizia ha riportato l’attenzione su quei lontani eventi, e uno studio del Dipartimento dei veterani è stato in grado di dirci che la roulette russa si è giocata con un proiettile su quattro inserito nel tamburo: il venticinque per cento dei reduci, oggi, è infatti un “senza tetto”.
Ora, se consideriamo che lo studio fa riferimento anche a quelli delle guerre in Iraq e in Afghanistan, e che oltre a chi è risultato storpiato moralmente dobbiamo includere i tanti che lo sono stati fisicamente e i morti, possiamo concludere che gli Stati Uniti, come un redivivo Conte Ugolino, nell’ultimo mezzo secolo si siano mangiati un figlio su tre della loro “meglio gioventù”.
Naturalmente dei morti ci si libera piuttosto in fretta con un commuovente saluto finale, mentre i mutilati, nel corpo o nella mente, sono un retaggio che un paese si trascina per generazioni con incommensurabili costi morali e sociali.
Mi voglio fermare, anche se molti commenti agitano la mia penna. Lo voglio fare per le consuete ragioni di spazio e per evitare che come al solito mi si accusi di malevolenza verso il paese di Bush.
Qualcuno mi dirà che le guerre erano giuste e che si trattava di liberare popoli dai loro tiranni: naturalmente senza spiegarmi perché solo un infinitesima parte di tiranni sia finita nel mirino, e perché con altri si sia giocato a tirar giù la gente dagli aerei… senza paracadute.
Qualcun altro mi taccerà d’ingratitudine e mi ricorderà la liberazione del patrio suolo dai nazifascisti, senza ricordare che il suolo in questione altro non era che una piccola casella di uno scacchiere molto complesso e che l’intervento, per quanto encomiabile, era tutt’altro che disinteressato.
Ora siccome l’evenienza si ripete a scadenze regolari, facciamo una bella cosa: ditemi quante stecche di sigarette volete, e facciamola finita con questa storia.

beata la terra che non ha bisogno di eroi... noi ne abbiamo ancora bisogno: questa donna è il mio, di oggi


questa foto mi ricorda lo sputo che una giornalista tedesca indirizzo su un ex-nazista riciclato come progressista in politica. Heinrich Boll (Nobel per la letteratura) le inviò un mazzo di fiori. Conoscessi l'indirizzo, mi piacerebbe fare altrettanto.

Bush e il gioco delle tre carte... col morto



Pensate che la Legione Straniera sia un ricordo di tempi andati, e la associate ad individui che volevano fuggire da un amore respinto, o da quello troppo stringente della giustizia del proprio paese. Il legionario, in fondo, era la naturale evoluzione del soldato di ventura medievale, e tutte le cose che appartenevano a quel periodo ritenete che siano state cancellate dalla storia.
Mi spiace deludervi, ma le cose non stanno esattamente così: La Legione esiste ancora, ma sta perdendo fatturato per colpa di nuove realtà che si sono prepotentemente affacciate sul mercato.
Dei mercenari impegnati in Iraq si è a lungo parlato anche nel nostro paese, ma se quasi la metà degli americani ne ignora l’esistenza, quanti italiani sono nella stessa condizione?
Negli Stati Uniti ha avuto un notevole riscontro di vendite un libro intitolato “ Blackwater “ di Jeremy Scahill. L’autore, un giornalista che seguiva le vicende del conflitto in Iraq, nel 2004 si trovava presso la città di Fallujah, dove ha assistito a un feroce contrattacco delle forze Usa atto a vendicare la morte di quattro contractors rimasti vittime di un’imboscata: i militari sferrarono un attacco d’inaudita violenza, rasero al suolo la città, e diverse centinaia di vittime civili furono la conseguenza dell’azione. L’autore si chiese chi mai fossero quei contractors, e cosa avesse spinto i militari a un’azione di ritorsione così massiccia e spietata.
Iniziò quindi ad indagare e raccogliere materiale, e ben presto arrivò alla “Blackwater”. La “ Blackwater “ è una società fondata da un certo Eric Price, una delle persone più abbienti che mai si siano arruolate nella marina degli Stati Uniti. Il padre, fervente calvinista, aveva diverse attività e fece fortuna col brevetto dell’aletta parasole fornita di lucine che è da tempo su tutte le nostre automobili. Eric dimostrò la stessa intraprendenza con la creazione di una compagnia mercenaria pronta a offrire supporto militare alla mania di privatizzazione di qualsiasi forma d’attività propria dell’amministrazione Bush.
I mercenari di Price andarono a ruba, e a un effettivo di circa centomila uomini che operano militarmente in Iraq, ormai dobbiamo aggiungere altrettanti contractors alle dipendenze di compagnie private. Assicurano diversi vantaggi: i loro morti e feriti non finiscono nel triste computo ufficiale, il loro numero consente di raddoppiare surrettiziamente le forze in campo, i loro misfatti restano praticamente impuniti e sottratti sia alla giustizia irachena che a quella militare.
Quanto alle persone che prestano la loro opera per “ Blackwater “, una metà sono ragazzi convinti di servire il proprio paese e fare la loro parte, mentre l’altra metà sono veri è propri avventurieri attratti da una paga sette volte superiore a quella di un normale militare e che può arrivare a mille dollari al giorno. L’equipaggiamento è decisamente migliore di quello standard e tra i compiti principali dei mercenari c’è quello di difendere e scortare gli alti ufficiali statunitensi in Iraq: mansione oltremodo delicata visto che devono assicurare l’incolumità delle persone in assoluto più odiate tra quelle che si muovono sul campo.
La “ Blackwater “inoltre è libera di svolgere la sua azione di reclutamento anche oltre confine: molti dei suoi soldati vengono da paesi come il Cile e Honduras dove la quasi totalità della popolazione si è dichiarata contraria alla guerra in Iraq. Così mentre queste nazioni decidevano di ritirare le forze in campo, i loro soldati rientravano in Iraq dalla finestra grazie a “ Blackwater “.
Ma l’impero di Price, cresciuto sulla violenza, ora rischia di sgretolarsi proprio a causa di questa.
Una sparatoria avvenuta al centro di Baghdad ha lasciato sul terreno diciassette vittime civili, e molti testimoni affermano che la furia dei contractors “ si è scatenata improvvisa e senza che nessuna provocazione o minaccia la potesse in qualche modo giustificare. Il governo iracheno ha chiesto la loro immediata espulsione dal paese e un risarcimento di 95 milioni di euro. Se il primo ministro Al Maliki dovesse confermarne la messa al bando, la “ Blackwater ” verrebbe a perdere d’un sol colpo contratti per la sicurezza valutati oltre 800 milioni di euro.
Quanto ai dettagli sull’organizzazione, ai rapporti tra questa e l’amministrazione repubblicana, e ai personaggi di dubbia moralità che sono ai vertici amministrativi e legali dell’azienda, debbo rimandarvi al libro di Scahill per non allungare oltremodo il discorso.
Ci tengo però a lasciarvi con una piccola riflessione: quante volte alle mie parole critiche sull’amministrazione americana mi sono sentito contrapporre la famosa economia che va a gonfie vele e il presunto benessere della superpotenza per antonomasia. A chi fosse intenzionato a fare altrettanto, voglio ricordare che del fatturato globale a stelle e strisce sono parti non trascurabili i venditori di morte come “Blackwater” , o i compratori di morte come le società assicuratrici specializzate a rilevare in contanti le polizze vita dalle famiglie in gravi difficoltà economiche per rivenderle agli edge found.Fari affari d’oro con la morte, specie di questi tempi, non è che richieda poi tutto questo fiuto per gli affari… personalmente preferisco business meno redditizi, ma soci decisamente meno lugubri.

non accettare caramelle dagli sconosciuti


Che l’Iraq sia diventata una trappola per i soldati americani non vi è alcun dubbio. Da queste considerazioni devono essere partiti i geniali strateghi che hanno invitato i soldati a costruire trappole per il nemico, più precisamente trappole per topi. Il funzionamento è molto semplice: dopo aver finto di abbandonare ai margini della strada detonatori, micce e esplosivi, i cecchini si appostano e fanno fuoco su chiunque mostri di essere interessato al simpatico cadeaux. Questi valorosi combattenti, battezzati “ diavoli dipinti “, sono peraltro finiti di fronte alla corte marziale, accusati di aver ucciso a sangue freddo alcuni contadini e di aver poi collocato gli indizi sui cadaveri. Nel tentativo di difendersi avevano accusato i superiori e messo la corte a conoscenza dei giochi da luna-park di cui sopra.

Qualche considerazione.

Prima della seconda guerra mondiale, per gli Italiani l’America era soprattutto un meta o un entità lontana. Poi i nostri connazionali hanno potuto vedere da vicino i soldati americani, accogliendoli con gratitudine, ricambiata da cioccolata e stecche di sigarette. Gettato dietro le spalle l’incubo del conflitto, il nostro paese ha finito per conoscere bene gli Stati Uniti. La stragrande maggioranza dei film che venivano proiettati arrivavano da oltreoceano, e ci mostravano un popolo curioso, dedito ai riti domenicali del barbecue, alla guida di macchine improbabili e ingombranti o di motociclette rombanti. Spesso li abbiamo presi come modello e li abbiamo imitati.
Poi le cose sono degenerate. Le vite dei presidenti hanno cominciato a farsi effimere, e gli stessi a morire, per mano non si sa fino a che punto altrui. Cambogia e Vietnam hanno aumentato sgomento e perplessità, fino a constatare, sia pur con ritardo, come dietro le pagine più buie della storia, Cile e Argentina per esempio, ci fosse sempre un’ombra a stelle e strisce.
Oggi credo che molti di noi abbiano ulteriormente preso le distanze dal paese “ delle grandi opportunità “. E credo che come me, pur partendo da una posizione fortemente critica nei confronti della nazione in cui viviamo, siano orgogliosi che i nostri figli siano costretti a passare sotto i metal detector solo quando li carichiamo in aereo per portarli a scoprire qualche angolo di mondo… a scuola può ancora bastare un’occhiata del bidello.
L’Iraq infine sta mettendo a nudo un re, i cui ultimi paludamenti erano scomparsi in un giorno di settembre e nei folli mesi che lo hanno seguito. Le violenze assurde e gratuite di Abu Ghraib, gli stupri, gli omicidi a sangue freddo, e ogni giorno qualche perla, come quella succitata, che si aggiunge alla collezione.Per concludere, credo sia venuto il momento che l’America trovi il coraggio di ripensare a se stessa e ai meccanismi che l’hanno condotta così in basso. Se non troverà la forza per una profonda autocritica, forse riuscirà a salvare l’appoggio diplomatico e militare da parte degli altri paesi, non certo la considerazione della stragrande maggioranza dei cittadini che li abitano. Sempre che a loro la cosa interessi…

" Il Monopoli ", " L'allegro Chirurgo ", " Il Piccolo Chimico ", ma soprattutto il " Risiko "


Caro Giorg Dabliu,
certamente non avrai avuto un'infanzia felice - il papà incasinato a incasinare il mondo, la mamma chissà... Non avrai avuto la possibilità come tutti noi di fare qualche partitella a " Monopoli " o giocare con " L'allegro chirurgo ". Come lo so? ...s'intuisce da quella tua faccia triste. Noi, del resto, finora abbiamo mostrato molta comprensione. Ma Giorg, anche la nostra pazienza ha un limite...
Dopo una guerra che finora è costata 200 miliardi di dollari e che sul lungo periodo potrebbe arrivare ai due trilioni. Dopo una guerra che ha fatto 3.500 morti tra i tuoi e 1.000.000 tra i loro, tu adesso mi salti fuori che vuoi attaccare l'Iran...
Giorg, Giorg... inutile che ce la stai qui a menare che l'Iran ha tirato fuori " Il Piccolo Chimico " e vuole usarlo per costruirsi l'atomica. Sarà anche vero, Giorg, ma tu di quelle simpatiche bombettine quante ne possiedi? ...vedi che non riesci neppure a contarle. E poi sai qual'è il problema, caro Giorg, che a noi fai più paura tu da solo, che gli iraniani con un paio di bombettine... molto più paura tu!
Comunque Giorg, se proprio vuoi farti 'sta guerretta, per noi fa' pure. Ma stavolta, mi raccomando, niente pretesti, che i tuoi sono bravi a fare i tarocchi come i nostri ad abbassare le tasse.
Del resto hai ragione tu, caro Giorg, t'inventi 'ste fregnacce e trovi pure chi ti viene dietro: che i francesi abbiano pure loro problemi di fatturato?
E' ora di concludere, Giorg: a tuo figlio il " Risiko " glielo regalo io, così magari da grande si da 'na calmata.
A proposito Giorg, ho sentito che nel Lichtenstein si parla male di te... Cominciassi di lì? ...io credo che lì ce la potresti anche fare.
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