
quest’articolo è dedicato alle persone che pagarono il prezzo più alto per scoprire che i totalitarismi non hanno colore, ma possono cancellare i colori della tua esistenza. E’ dedicato alle persone che per fuggire dalla paura del fascismo si ritrovarono faccia a faccia col terrore del paradiso.
Le prime migrazioni degli antifascisti italiani verso l’Unione Sovietica iniziarono intorno alla metà degli anni venti, e dieci anni più tardi la comunità dei nostri connazionali contava circa seicento persone. Alcune di queste, che erano studenti e frequentavano le scuole di formazione politica, riuscirono a rientrare in patria, altri andarono a combattere nella guerra civile spagnola, e i circa duecento che rimasero ebbero la sorte più dura.
Alcuni di questi vennero fucilati con l’accusa di spionaggio, altri conobbero l’inferno dei gulag e della Siberia, nelle miniere di Kolyma, rese famose dai racconti di Shalamov.
Nazareno Scarioli era stato uno dei primi ad andarsene dall’Italia e, dopo un paio di esperienze nelle colonie agricole sovietiche, approdò ad una fabbrica di Mosca. Negli anni delle grandi purghe, il responsabile del gruppo italiano rese noto alla colonia l’arresto di trenta connazionali che lavoravano in una fabbrica di cuscinetti a sfera. L’invito tacito era quello di approvare l’operato dei sovietici. Nell’alzata di mano che seguì, Scarioli fu uno dei pochi a votare contro, e la cosa gli lasciò un solo giorno di libertà. Portato alla Lubjanka, firmò una confessione estorta con la tortura, che gli valse il viaggio nelle miniere d’oro di Kolyma, dove fu spremuto fino a poco più di trenta chili. Vi rimase fino al 1950, per poi essere trasferito in altri luoghi sempre come prigioniero. Nel 1954 fu riabilitato, ma dovette attendere i visti per altri sei anni prima di poter rientrare in patria.
La sorte di molti si è persa nel buio dei sotterranei della Lubyanca o nel chiarore abbagliante della taiga siberiana. Altri conobbero inferni simili a quello di Scarioli.
Chi lotta contro i tiranni deve mettere in conto un destino triste, di cui non può più liberarsi. E a volte, la delusione di un ritorno a casa reso amaro da chi ti rinfaccia le tue illusioni, e da chi non vuole farsi sottrarre le sue.Le storie di questi uomini le conoscono in pochi, e per questo non saranno eroi, ma loro e noi, sappiamo che sono stati uomini giusti.
Le prime migrazioni degli antifascisti italiani verso l’Unione Sovietica iniziarono intorno alla metà degli anni venti, e dieci anni più tardi la comunità dei nostri connazionali contava circa seicento persone. Alcune di queste, che erano studenti e frequentavano le scuole di formazione politica, riuscirono a rientrare in patria, altri andarono a combattere nella guerra civile spagnola, e i circa duecento che rimasero ebbero la sorte più dura.
Alcuni di questi vennero fucilati con l’accusa di spionaggio, altri conobbero l’inferno dei gulag e della Siberia, nelle miniere di Kolyma, rese famose dai racconti di Shalamov.
Nazareno Scarioli era stato uno dei primi ad andarsene dall’Italia e, dopo un paio di esperienze nelle colonie agricole sovietiche, approdò ad una fabbrica di Mosca. Negli anni delle grandi purghe, il responsabile del gruppo italiano rese noto alla colonia l’arresto di trenta connazionali che lavoravano in una fabbrica di cuscinetti a sfera. L’invito tacito era quello di approvare l’operato dei sovietici. Nell’alzata di mano che seguì, Scarioli fu uno dei pochi a votare contro, e la cosa gli lasciò un solo giorno di libertà. Portato alla Lubjanka, firmò una confessione estorta con la tortura, che gli valse il viaggio nelle miniere d’oro di Kolyma, dove fu spremuto fino a poco più di trenta chili. Vi rimase fino al 1950, per poi essere trasferito in altri luoghi sempre come prigioniero. Nel 1954 fu riabilitato, ma dovette attendere i visti per altri sei anni prima di poter rientrare in patria.
La sorte di molti si è persa nel buio dei sotterranei della Lubyanca o nel chiarore abbagliante della taiga siberiana. Altri conobbero inferni simili a quello di Scarioli.
Chi lotta contro i tiranni deve mettere in conto un destino triste, di cui non può più liberarsi. E a volte, la delusione di un ritorno a casa reso amaro da chi ti rinfaccia le tue illusioni, e da chi non vuole farsi sottrarre le sue.Le storie di questi uomini le conoscono in pochi, e per questo non saranno eroi, ma loro e noi, sappiamo che sono stati uomini giusti.
