
“… è una Repubblica democratica fondata sul Lavoro” recita la Costituzione, cioè non solo afferma che il lavoro è un diritto del cittadino, ma deve essere la pietra d’angolo su cui costruire la Repubblica, e, di conseguenza, la vita di tutti noi. Ora, si è soliti dire che la Costituzione è la legge fondamentale cui tutte le altre devono uniformarsi: quindi i casi sono due, o nessuno s’è degnato di rendere edotti (come amano dire lorsignori) il legislatori che per sessant’anni si sono succeduti a complicare le cose a noi e a facilitarle a loro, o io ho letto la Costituzione del Burqiuna-Faso, che, come ben sa chi frequenta questo blog, significa “ terra delle persone oneste ”.
La questione del lavoro oggi sarà stata approfondita da molti, e io la faccio breve, focalizzando i risvolti personali di un problema quanto mai collettivo.
Vedo persone che hanno la mia età cercare disperatamente d’ormeggiare la propria carriera al molo della pensione, e le vedo alle prese con un mare in burrasca. Vedo persone che dovrebbero iniziare la loro attività lavorativa alle prese con risibili sigle, nate per mascherare la servitù della gleba che, dopo Gogol, non gode di buona stampa. Vedo tutto questo erodere la serenità delle famiglie, o impedire a chi voglia costruirsene una di farlo con un minimo di dignità. Vedo la frustrazione di chi ha ottenuto risultati notevolmente inferiori alle proprie aspettative e capacità, e di quelli cui non viene data la possibilità di misurarle.
Ho visto persone morire per il lavoro che non c’era o per quello che veniva a mancare. Ho visto, e vedo ogni giorno, persone morire di lavoro e lacrime di coccodrillo. Ho visto colleghi licenziarsi perché non più in grado di reggere la tensione che gli veniva dal timore di essere licenziati.
Quello che ho visto, e che vedo, non mi piace affatto.
Qualcuno dirà che è utopistico sancire il lavoro come diritto, e qualcuno sorriderà con sufficienza: “Il lavoro c’è o non c’è”. A questi io dico soltanto: “Sicuri che se questo paese non fosse stato saccheggiato per sessant’anni per mantenere le armate mercenarie dei boiardi di stato, potremo dividerci in pace il lavoro, invece di gettarci a contenderci gli avanzi di quel che resta come cani rabbiosi…”
Sicuri?
La questione del lavoro oggi sarà stata approfondita da molti, e io la faccio breve, focalizzando i risvolti personali di un problema quanto mai collettivo.
Vedo persone che hanno la mia età cercare disperatamente d’ormeggiare la propria carriera al molo della pensione, e le vedo alle prese con un mare in burrasca. Vedo persone che dovrebbero iniziare la loro attività lavorativa alle prese con risibili sigle, nate per mascherare la servitù della gleba che, dopo Gogol, non gode di buona stampa. Vedo tutto questo erodere la serenità delle famiglie, o impedire a chi voglia costruirsene una di farlo con un minimo di dignità. Vedo la frustrazione di chi ha ottenuto risultati notevolmente inferiori alle proprie aspettative e capacità, e di quelli cui non viene data la possibilità di misurarle.
Ho visto persone morire per il lavoro che non c’era o per quello che veniva a mancare. Ho visto, e vedo ogni giorno, persone morire di lavoro e lacrime di coccodrillo. Ho visto colleghi licenziarsi perché non più in grado di reggere la tensione che gli veniva dal timore di essere licenziati.
Quello che ho visto, e che vedo, non mi piace affatto.
Qualcuno dirà che è utopistico sancire il lavoro come diritto, e qualcuno sorriderà con sufficienza: “Il lavoro c’è o non c’è”. A questi io dico soltanto: “Sicuri che se questo paese non fosse stato saccheggiato per sessant’anni per mantenere le armate mercenarie dei boiardi di stato, potremo dividerci in pace il lavoro, invece di gettarci a contenderci gli avanzi di quel che resta come cani rabbiosi…”
Sicuri?
